ImageNon è per niente facile comprendere i criteri con i quali si valuta la performance dei surfisti. Le spiega il francese Bruno Truch, giudice internazionale. L'occasione per introdursi dietro le quinte di uno sport rimasto impermeabile alle combutte tra amici e ad altri maneggi del genere...

Il principio della valutazione: «I surfisti che partecipano ad una gara hanno da 20 a 40 minuti, secondo le condizioni del mare, per effettuare la loro prestazione. Ognuno deve prendere da un minimo di 10 a un massimo di 12 onde, e vengono calcolate soltanto le due migliori di ciascuno. Non c'è un punteggio propriamente detto, piuttosto alcuni criteri specifici di giudizio. Che derivano da una norma del regolamento: «Il surfista dovrà eseguire manovre nel radicale controllato nella sezione più critica dell'onda, con velocità, potenza e fluidità per ottimizzare al massimo il suo potenziale di punteggio. Al momento della valutazione delle onde cavalcate, va tenuto presente il surf innovativo ed evoluto, ma anche le varietà del repertorio tecnico. Il surfista che rispetta questi criteri, mostrando sulle onde il livello più alto di difficoltà e di impegno, verrà premiato dal punteggio più elevato».

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Tale punteggio va da zero a 10 per l'onda cavalcata, considerando che si utilizzano anche i decimi. Capita che ci siano anche dei 10. Non è una cosa che non ci concediamo. Al contrario, non abbiamo fatto paura di farlo. Dunque, ad ogni onda corrisponde un voto. Si sommano i punteggi delle due onde migliori, il che produce un totale di 20. Non ci sono figure libere né imposte. È l'atleta che, in funzione della qualità dell'onda, decide quali manovre intraprendere. Gli arbitri valutano tanto l'esecuzione tecnica quanto la scelta delle figure realizzate in rapporto alla potenzialità dell'onda. La maggior parte delle figure sono registrate e presentano un certo grado di difficoltà, ma un surfista può anche essere innovativo ed inventare qualcosa durante la prestazione. Non c'è distinzione nemmeno tra l'aspetto tecnico e la dimensione artistica.

D'altra parte, ha molta importanza la nozione del rischio cui ci si sottopone. È essenziale dimostrare la capacità di sviluppare un repertorio il più variato possibile. Il che significa che non c'è interesse a ripetere una figura, anche se complicata. Soprattutto non bisogna essere metodici».

L'obiettività dei giudici: «Nelle gare c'è un giudice-capo. Durante il campionato, il suo ruolo consiste nel sorvegliare i quattro giudici che votano i surfisti in acqua. Il giudice-capo ha il compito di vedere se i loro giudizi sono armonizzati o no. Inoltre, sui quattro giudici che svolgono il loro compito, il voto più alto e il voto più basso non vengono contabilizzati. Si fa dunque soltanto la media degli altri due voti. D'altra parte, nel corso del campionato i giudici sono valutati uno per uno. Se i voti di uno di loro non sono mai superiori o inferiori di un punto a quelli dei colleghi, gli vengono inflitte delle penalità e può perfino essere eliminato.

Così, man mano che la competizione procede, restano solamente i giudici migliori. Alla fine della stagione, c'è una classifica e alcuni di loro possono anche essere retrocessi. Può capitare che un giudice sia della stessa nazionalità di un surfista. Poco importa, perché durante la prova egli non dovrà avere alcuna relazione con gli atleti. In senso più ampio, ciò che permette ad un tale sistema di funzionare è l'etica dell'attività».

Fonte: Eurosport


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