by Alberto Montani e Luca Cardona

Foto di Luca Cardona e Alberto Alzani
Testo di Alberto Montani

Domande,
da praticamente sempre, quello che ha il potere di spingerci oltre o di tirarci indietro sono le domande, forse l’arco portante di tutti noi, sono proprio loro. Davvero nessuno è, o è stato esentato dal domandarsi perché: perché esistiamo, perché tutto si ripete, perché sogniamo, soffriamo, viviamo. Il perché primo, per antonomasia è la religione. Se ci si sveglia, o ci si addormenta pensando ad un concetto così ampio, nel 2011, l’azione più pratica che si possa compiere è affidare tutta la filosofia dei secoli a google, che a sua volta affida la risposta, come nella perfetta trappola burocratica, a wikipedia, e ci si può stupire di trovare subito alla prima riga, qualcosa di poco scontato: la religione, per nomi difficili da pronunciare, nome linkati in blu, nomi che non ho voglia di indagare, ma che sembrano saperne, è per definizione qualcosa di “totalmente altro”, non fa una piega. E’ un qualcosa che prescinde dai soldi, dai desideri, dal amore, dagli aperitivi, dal odio, dal quotidiano: è altro. Ed “altro” è esattamente la parola che suggerisce il surf.

Non subito: per capire che questo galleggiare, soffrire, scivolare, gioire ed urlare in acque fredde o calde, boreali o australi non importa, sia altro da qualunque scorcio o sfumatura di vita normale, ci vuole tempo, non molto, è soggettivo.
Anche se tutto inizia con la prima onda presa in testa, o con la velocità incredibile che si raggiungeva, dopo le due prime timide bracciate, avvinghiati ad una tavola in prestito, proiettati dritti verso la costa, con gli schizzi in faccia, la bocca sconvolta da un sorriso, che, in un viso incredulo, sofferente e felice, non sarà mai più lo stesso; la consapevolezza del diverso, nasce un poco dopo, dopo l’innamoramento dell’adrenalina, della poesia estetica, di cui questo gioco è capace.

La certezza di appartenere ad una nicchia, non importa quanto diffusa, praticata, emulata o pubblicizzata, si materializza solo dopo, subito prima che il surf smette di essere aspettare e cavalcare onde, subito dopo che diventa inseguire onde, subito dopo il primo spavento, la prima scossa davvero forte; nel attimo stesso del primo grido, e subito dopo aver platealmente confuso km per cm, può manifestarsi questa sottile e potentissima consapevolezza di “diverso” di “altro”. Nemmeno si percepisce bene diverso da cosa, ma un organismo potente si è fato strada tra vene e nervi, e, lì a circolare non potrà che cambiare la vita di quel corpo. Come ogni azione, questo comporta conseguenze, e questa mutazione riserva cambiamenti curiosi. Ci si ritrova la domenica, a non lavare più con tutta quell’enfasi la macchina, che di colpo sembra piccolissima, e fare le vasche in centro diventa una noia opprimente. Il concetto stesso di passeggiare e guardare vetrine e passanti diventa un abominio, diventa l’errore. Il rosa della gazzetta scolorisce anche per i più addicted, e cercare colori e freccette su mappe mai viste prima, diventa il primo rebus da risolvere la mattina, qualunque brain storming, meeting o sit-in, ci aspetti tra le pareti di un ufficio, mai stato così grigio.

Levanto sta diventando, è una meta del prossimo mondiale, siamo tutti contenti. Di tutti noi, la coda se ne sta li a farsi ammirare, la coda di noi stufi di rispondere a obsolete domande di contabili: “Ah perché si può fare surf in Italia?”. Di noi che, con un po’ di sufficienza, dispieghiamo un paio di parole per spiegare che si, dannazione, c’è il mare, c’è un fondale, c’è il vento, non sempre quello giusto, ma c’è, di miglia da qui a Gibilterra ce ne sono, non è un fottuto lago, è un mare, nei bar ci trovi la birra e i gelati, quindi si: “Si può.



Che poi viaggiare sia manna, e saporita per tutti, ed abbondante; che le onde Hawaiane siano davvero pezzi mancanti del puzzle, che Bali, l’Indonesia, la Malesia, il Vietnam, che la Cote Basque, che Biaritz, che Mundaka, che il Marocco, le Canarie, l’Africa, l’Australia, Tahiti siano posti incredibili, che, con la scusa delle onde, vedi mondi, che se morivi senza vedere, morivi più triste, o che con la scusa del vedere, surfi onde, che poi ti svegli tutto sudato e un po’ imbarazzato, è ovvio. Ma la prospettiva vivere albe importanti e freddissime, nello spot più vicino a casa tua, o semplicemente il più esposto, che se ne sta bello bello a un 150 km da dove ti stai sorseggiando la birra, o di dove sei in pausa sigaretta, o di dove ti stai bevendo l’ennesimo. Se ne sta li, a km e curve che nemmeno consideri reali, pechè per te tutto ora si sta sgretolando davanti agli occhi. E’ bastato un colore sulla mappa, la giusta, cinica freccetta, e tu, quatto quatto, timbri cartellini, scatti foto, paghi conti, ma stai solo pensando a strategie, malanni, assenteismi, incastri, s/fidanzamenti per poter prendere tutto il cibo che trovi, mettere il culo in macchina e andare. Tutto in bilico, affetti amicizie e lavoro, ostacoli che cerchi di smuovere dal tuo percorso, perché è tutta la settimana che hai in testa quella cazzo di curva, sono notti che ti addormenti vedendo verdeacqua tutto intorno. E lui se ne stà lì.
E’ qualcosa che non proveremmo se vivessimo ad un passo da lui. O che non avremmo potuto provare e pensarci, il giorno in cui tutti ci si trasferirà in Costa Rica.

Quindi, il surf in Italia è bello, si lotta, si rischia, si sbaglia, ci si accontenta e poi il giorno giusto ci si rifà di tutti gli sbattimenti con un all-in di onde, alla Casino Royale.
Come qualunque cosa in natura, il surf è a strati, anzi a sitema solare: c’è il sole, lì, nucleare, rovente e bellissimo, esattamente come il surf (solo che il surf è più fresco), e poi attorno altro, c’è il business, c’è lo stile, bhè ovvio, c’è la moda, c’è il turismo, ci sono le scarpe, ecco le scarpe, per qualche antipatico motivo esistono le scarpe da surf? Non dovrebbero esistere scarpe richiamabili al surf, le scarpe non sono surf, le infradito nemmeno, a quanto pare, la scorza d’amianto che ti cresce sotto i piedi nel viaggio giusto, quella è surf, e pochissimo si sposa con pratiche commerciali e di comunicazione aggiornate. Non ce la vedo la Vans fare “suole da piede”. Ovvio si esagera, che poser lo siamo un po’ tutti e la nostra nicchia come tutte, ha regole ferree su cosa è giusto e su cosa non è surf. Lo strato “tifoseria” ad esempio, a differenza di quella degli altri giochi, ha discussioni diverse, esistono preferenze per quei personaggi incredibili che ammiriamo in quei meravigliosi e carissimi dvd, e che ogni tanto si assomiglia alle ragazzine di fronte a Love Story, quando Machado si fa le sue curvette su e giù, su quel glassy glassy, tutto blu che è un amore. Ma niente risse, escluse certe cafonaggini di noi mangiaspaghetti, che si fa localismo anche a Bali.

L’unico problema di avere Levanto eletta nostra Signora Regina del WorldTour, chez nous, è l’inevitabile conseguenza di aumentare drasticamente quello strato di poser e basta, che in acqua danno fastidio anche ad anime karmicamente orientate, come le nostre. Ma noi ci si ride su e ci si difende a tramonti ed albe improbabili, e con calzari, si i calzari quelli si, poco poser, anzi proprio brutti da vedere (specialmente quando li usi con gli short in acque ricciose) ma molto surf e molto scimmia oriented.

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