ImageDopo lo scandalo sulla mancanza di cure, per i veterani tecnologia e centri di eccellenza. Oggi si muore meno che in passato: ma ci sono più feriti da recuperare
Articolo di Mario Calabresi

8 agosto 2008 SAN DIEGO - Quando John McCain tornò dal Vietnam nel 1973 passò otto mesi chiuso in una clinica di Washington a ripetere esercizi dolorosissimi per cercare di sollevare le braccia e per riuscire a camminare dopo oltre cinque anni di prigionia e torture. Nell'estate del 1974 tornò a piegare le ginocchia ma non sarebbe mai più riuscito a infilarsi una giacca da solo...

Il sergente Saul Martinez, che ha perso le gambe in Iraq a maggio dell'anno scorso quando una bomba artigianale è esplosa sotto la sua jeep, domenica ha imparato a surfare. Con una muta verde, un costume azzurro e rosso pieno di stelle e due nuove protesi fatte apposta per l'acqua, è planato sulle onde del Pacifico. La moglie Sarah, che tra sei settimane partorirà il loro primo bambino, lo guardava dalla spiaggia della base dei marines di Camp Pendleton. Saul, che ha 23 anni, un anno fa ha imparato a camminare sulle sue nuove gambe di titanio e questo fine settimana era nell'Oceano insieme a Dave Donaldson e ad un gruppo di soldati in terapia al Naval Medical Center di San Diego. "Oggi i reduci hanno molte più cure e attenzione che ai tempi del Vietnam", racconta.

ImageDonaldson, 44 anni, specialista in terapie ricreative, porta i suoi pazienti non solo tra le onde ma anche in canoa, ad arrampicare sulle pareti di roccia, a giocare a golf, a sciare e perfino in cima al Mount Whitney (4421 metri), la più alta vetta degli Stati Uniti se si esclude l'Alaska. Tra i suoi ragazzi c'è chi ha perso le gambe o le braccia, chi in guerra è diventato cieco, sordo, mentalmente ritardato, chi ha continue allucinazioni o soffre di depressione.

"Il divertimento - sottolinea - fa parte della cura: la filosofia a cui ci ispiriamo parte dall'idea che il gioco sia un passaggio fondamentale della riabilitazione, come lo è delle nostre vite". Intorno a questa idea è stato costruito il nuovo centro di eccellenza delle forze armate americane, lo chiamano "5C" (Comprehensive Combat and Complex Casualty Care) ed è nato dopo lo scandalo dell'ospedale Walter Reed a Washington, quando l'America scoprì lo stato d'abbandono in cui erano lasciati i feriti in arrivo dall'Afghanistan e dall'Iraq.

ImageIn mezzo al Balboa Park di San Diego da ottobre i feriti più gravi vengono recuperati da una equipe di 40 persone che studia e applica protesi d'avanguardia, insegna a camminare con le gambe di titanio su ogni tipo di superficie, ad arrampicare sulla parete artificiale che hanno messo nel cortile, ricostruisce il rapporto con l'acqua nella piscina e poi usa tutte le risorse della California - montagne, deserto e Oceano - come palestra e le tecnologie per creare realtà virtuali che aiutino a ricreare l'equilibrio e il senso degli spazi e del movimento. In questo momento in cura ci sono 40 amputati e un'ottantina di soldati che hanno danni cerebrali o soffrono di quella patologia che viene chiamata stress post-traumatico.

Dave non parla della guerra, non dà e non potrebbe dare giudizi sull'avventura irachena voluta da George Bush ma, come John McCain e Barack Obama, sa che oggi l'America deve affrontare il problema di quegli oltre centomila ragazzi che sono tornati a casa ben diversi da come erano partiti. I programmi elettorali li hanno messi al centro dell'attenzione, c'è la paura di creare una nuova generazione perduta come fu ai tempi del Vietnam, anche perché i numeri sono spaventosi: quasi 33mila feriti in combattimento, ma oltre 50.000 reduci che avranno handicap permanenti dovuti a lesioni al collo e alla schiena e 75mila a cui è stato diagnosticato il PSTD (Post traumatic stress disorder). In Vietnam i morti furono 58mila e i feriti 150mila, oggi la proporzione è completamente diversa, sui fronti afgano e iracheno sono caduti 4629 soldati americani ma i feriti gravi sono almeno dieci volte di più. Perché il tasso di sopravvivenza di chi viene colpito è del 92 per cento mentre in Vietnam era del 76 per cento.

ImageCosì il governo americano si è trovato a dover inventare programmi di cura e reinserimento completamente nuovi e di dimensioni mai immaginate. "A San Diego - sottolinea Dave - ci siamo dati tre obiettivi: il primo è la riabilitazione fisica, chi ha perso le gambe deve imparare ad usare le protesi finché non è in grado di uscire di casa da solo, fare la spesa e fare sport. Non tutti ce la fanno, ma io considero la mia missione compiuta quando riescono a camminare per un miglio e a stare in piedi per otto ore; poi c'è la ricostruzione delle facoltà cognitive, molti devono re-imparare le sequenze dei gesti, la capacità di memorizzare e perfino a chiedere aiuto; infine c'è la parte psicologica e qui abbiamo pensato al surf. Il primo passo avviene in spiaggia, quando i ragazzi si mettono in costume e mostrano in pubblico i segni che hanno sul corpo. E' un passaggio difficilissimo ma è l'unico modo per recuperare una socialità e imparare a convivere con le domande e gli sguardi delle persone. Poi c'è l'emozione di farsi portare dalle onde, sentire la forza dell'Oceano, quando escono dall'acqua hanno tutti un grande senso di realizzazione e di autostima. Ho capito che era la strada giusta quando in acqua ho visto sorridere due ragazzi a cui la guerra ha lasciato solo il torso. Era la prima volta che avevano una sensazione positiva".

ImageNon appena la notizia che i reduci in riabilitazione facevano surf ha cominciato a circolare, Dave è stato contattato da un gruppo di veterani del Vietnam tutti ormai con i capelli bianchi. Gli hanno raccontato che cavalcavano le onde prima di andare in guerra, negli Anni Sessanta, poi non lo hanno fatto mai più incollati alle loro sedie a rotelle. Hanno chiesto se potevano provare anche loro e ora i reduci delle guerre americane surfano insieme.

Fonte: http://www.repubblica.it
Foto by http://www.daylife.com/ - http://www.zimbio.com


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