surfista italiano
Non chiamatelo sport. Il surf è uno stile di vita, una filosofia, una religione pagana. Un mercoledì da leoni, La grande onda, Point Break, le canzoni dei Beach Boys hanno raccontato come si cavalca l'oceano in California o alle Hawaii e hanno alimentato una mitologia. Ora, un documentario di prossima uscita, realizzato in collaborazione con GQ, racconta la scena surfistica di casa nostra. "Perché anche in Italia ci sono onde bellissime", spiega Matteo Ferrari, fotografo e surfista di lunga data che, assieme al filmaker Luca Merli, ha girato il primo vero surf movie all'italiana, Onde nostre, che uscirà il 17 settembre.
"In Onde Nostre si respira lo spirito dei primi surfisti degli Anni 60", racconta Matteo. "Lo abbiamo girato in 16mm e super 8. Luca lo fa normalmente e io scatto in pellicola: è un po' il nostro marchio di fabbrica, una scelta stilistica per prendere le distanze dal digitale".

Per realizzarlo i due autori hanno battuto diversi spot - come in gergo si chiamano i luoghi dove si cavalcano le onde - assieme a cinque surfisti molto diversi tra loro, per età e per modo di approcciarsi alla tavola, e hanno cercato di cogliere  lo spirito del surf all'italiana.

Com'è la nostra scena surfistica?
Il surf in Italia è un fenomeno di moda, entrato nell'immaginario collettivo dopo l'uscita di Point Break. Ma è un'immagine legata a stereotipi che si rifanno alla California e alle Hawaii. La realtà mediterranea, però, è molto diversa, perché il surf qui è difficile da praticare, richiede dedizione. E c'è molta gente appassionata che lo pratica a buon livello e si diverte. Perché le onde belle ci sono, ma sono difficili da trovare.  Bisogna essere disposti a viaggiare, alzarsi presto. E si soffre tanto prima di trovare la giornata giusta. Poi, però, la soddisfazione è maggiore. Spesso si surfa al freddo, con la pioggia, il brutto tempo... Niente a che vedere con la realtà californiana

Come avete scelto i protagonisti?
Volevamo mostrare caratteri differenti. Così i cinque rider sono molto diversi tra loro per stile, provenienza, età (tra il più giovane e il più vecchio ci sono più di dieci anni di differenza) e approccio alla tavola: c'è il soul surfer che ricerca il viaggio e l'esperienza e c'è quello più orientato alla competizione, come Alessandro Ponzanelli, quattro volte consecutive campione italiano di longboard - le tavole lunghe, come quelle che si vedono in Un mercoledì da leoni - o come Thomas Cravarezza che è stato vicecampione italiano di shortboard.

E chi sono gli altri tre?
Pierpaolo "Pito" Giachero, Lorenzo Castagna e David Pecchi. David è lo "spirito libero". D'estate fa il bagnino a Castiglione della Pescaia e, quando gli va, partecipa a qualche gara. Poi sverna in Costa Rica. Sono tanti a fare come lui. Ecco, un altro aspetto proprio del surfista italiano è la frustrazione. Frustrazione per l'attesa, per la mancanza di frequenza delle onde e regolarità delle condizioni atmosferiche: non c'è mai più di un giorno con onde belle. E così, appena si puo' ci si sposta. I surfisti italiani si trovano ovunque e viaggiano più degli altri, per sfogarsi in luoghi dove ci sono onde buone anche per 15 giorni di fila. Non solo nelle località più famose, ma anche in mete scoperte più recentemente dai surfisti, come Israele e il Perù.

Quali sono gli spot più interessanti dove avete girato?
L'ultima caratteristica del surfista, soprattutto di quello italiano, è la riservatezza. Perché l'affollamento di uno spot è un problema. Ci sono posti che con 15 persone diventano impraticabili. Noi abbiamo filmato in un paio di posti noti e siamo andati alla ricerca di nuovi spot, tra Liguria, Sardegna, Toscana e Lazio. Anche questo è il bello del surf all'italiana: la fase di esplorazione.

Fonte: http://www.menstyle.it

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