Scoprire Nuove Terre

Testo e Foto: Marco Mulazzani

Cominciò tutto con la Breakdance! Eravamo una crew formata da valenti ballerini da Cesena e Cervia. Ci allenavamo tutti i giorni sotto i portici o su qualsiasi altro pavimento liscio…

Poi un giorno ci fu una Jam in un posto chiamato Cilindro dove i migliori writer dipingevano graffiti, i rapper si sfidavano in free-style, i breaker sfoggiavano i loro passi preferiti e gli skater provavano i loro trick sulle panchine attorno all’evento.

Un mio caro amico Mattia si avvicinò e mi chiese, con tutta la scioltezza del mondo:
Hey andiamo a Los Angeles?
E io: “A fare che?”
E lui: “A skateare!
Io ci pensai su due tre secondi e poi risposi, con tutta la semplicità del mondo:
“Perché no?!”
Quelle furono le due parole che cambiarono la nostra vita.
Partimmo un gennaio, con il grande spirito di conoscenza che ti da il primo viaggio oltreoceano, salimmo sull’aereo rilassati, e atterrammo ancora inconsapevoli di quello che avremmo visto e conosciuto.

Restammo un mese a Venice Beach dove lo stile di vita è molto diverso dal nostro, dove ogni giorno passava con una freschezza innata lasciando dietro una scia di divertimento e fatalità.

Il primo impatto con le onde dell’oceano fu rinfrescante, stimolante e ci rese inevitabilmente Surf - dipendenti.
Da quel giorno passammo solo 5 ore del giorno a lavorare e le restanti tra le onde e lo skate park di Venice Beach.
La sera aiutavamo dei coreani a chiudere il loro negozietto ambulante sul Boardwalk, accompagnati da alcuni dei tramonti più incredibili che abbia mai visto.
 
Tramonti a Venice Beach, California 2001
 
Tramonti a Venice Beach, California 2001

Quando l’estate era quasi al termine in California, decidemmo di fare un surf trip verso il Messico e fu quello il viaggio che cambiò radicalmente la mia visione del mondo.

Mentre viaggiavo imparavo a osservare le cose dal punto di vista degli abitanti del posto e più posti vedevo e più cresceva la mia sete di conoscenza e più progettavo nuovi viaggi con un ardente desiderio di poter vedere tutto il mondo, o meglio più mondo possibile.

Dal 2002, ogni estate mi trovo nella Riviera Romagnola, precisamente a Milano Marittima dove lavoro come fotografo da ormai 7 anni.
Di giorno offriamo un servizio di foto in spiaggia che riportiamo stampate il giorno seguente. Di sera, assieme ai miei collaboratori, siamo puntualmente presenti alle feste di genitori e bambini in diversi Hotel della zona.

E’ un lavoro solo stagionale ma che anno dopo anno mi ha sempre permesso di mettere da parte un budget sufficiente da poter viaggiare ogni “inverno” per 7-8 mesi.

Ogni anno a Ottobre parto con la mia tavola e il mio longskate per conoscere una nuova parte di mondo.
Cerco di restare abbastanza tempo in uno stato per potere veramente assorbire e compartire lo stile di vita e le virtù di ogni popolazione.

Ogni viaggio cerca di essere verso diverse destinazioni ogni volta, anche se in alcuni paesi sono ritornato durante gli anni.
Dopo il Messico visitai il Guatemala, Bali, poi il Sudafrica, seguito dal giro completo del Centroamerica; poi alla volta dell’Asia: Thailandia, Sri Lanka e Maldive… Mentre gli ultimi mesi ho avuto l’onore di conoscere tre delle isole Canarie, il mitico Perù e infine lo splendido Ecuador.

Quando decisi di visitare le Isole Canarie, presi un volo per Fuerteventura e appena atterrai provai una sensazione originale.
Oltre a sentirmi finalmente arrivato nell’isola di cui tante persone mi avevano parlato, avevo come la sensazione di trovarmi in una latitudine lontana, quasi dispersa, in un angolo di oceano quasi dimenticato, o meglio silenzioso.
Questa isola spagnola appare più africana che europea, sembra sussistersi da sola, senza manie di grandezza, tranquilla nel suo orgoglio canario e senza mostrarsi in competizione con le altre isole del mondo.
 
Backwash a El Cotillo, Fuerteventura ottobre 2007
 
Vari spot nel nord dell’isola, Fuerteventura novembre 2007
 
Vari spot nel nord dell’isola, Fuerteventura novembre 2007
 
 
Vari spot nel nord dell’isola, Fuerteventura novembre 2007
 
Vari spot nel nord dell’isola, Fuerteventura novembre 2007
 
La Pared, costa sud-est dell’isola, ottobre Fuerteventura 2007
 
Essere alle Canarie vuole dire sentirsi in un posto speciale, ogni giorno, ma allo stesso tempo, senza modelli di confronto.
Essere Canario vuol dire avere un grande orgoglio del proprio sangue isolano, andare fiero delle proprie tradizioni ma sentirsi allo stesso tempo una popolazione diversa da quella spagnola, quasi tagliata fuori dagli stretti canoni europei.

Bastano poche ore di traghetto per spostarsi da qui all’isola di Gran Canaria.
Si approda nel porto di Las Palmas che rappresenta una delle città più moderne e sviluppate delle Canarie ma anche una delle più caotiche.
Nei primi giorni visitai la città a piedi, poi decisi di affittare una macchina e partire alla scoperta di tutta la costa nord che è lunga all’incirca 25 km e presenta circa 16 surf spot.
Le spiagge in questo lato dell’isola sono tutte quante rocciose e c’è veramente poca sabbia: la strada statale segue la costa a pochi metri dal mare e basta parcheggiare al lato della strada per trovarsi già davanti agli spot.
Questa è una caratteristica comune a quasi tutte le isole poiché il vento che soffia da nord per la maggior parte dell’anno spazza via la sabbia, lasciando esposte le rocce e le conformazioni laviche, e contemporaneamente spingendola verso le coste sud dove la sabbia si rideposita creando spiagge immense come il deserto di sabbia di Màspalomas.

Raggiunta l’estremità nordovest di Gran Canaria, la strada sale fino in cima ad un monte chiamato Gàldar dove parcheggiai e mi incamminai in mezzo a piantagioni di banane infinite.
Una volta raggiunta la costa vidi soltanto un paesino, composto da poche case, sull’orlo di uno strapiombo roccioso. Sapevo che lì intorno c’erano più spot adatti al body board ma non sapevo con esattezza dove si trovassero.
Così seguii la rupestre stradina costiera e ad un tratto mi voltai indietro quasi come se avessi sentito qualcuno chiamare il mio nome. In lontananza vidi qualcosa di mostruoso, un’onda spaventosa, di un aspetto che non avevo mai visto prima.
 
Tornai indietro e mi avvicinai al bordo dello strapiombo. Sotto alla parete di roccia rompevano delle onde che assomigliavano molto a Teahupoo, ma in scala minore.
 

 
Avevo trovato il Frontòn.
 

 
Un gruppo di pochi ma esperti body boarders galleggiavano a poche decine di metri da un triangolo di roccia quasi affiorante davanti al quale si alzavano dei set di onde che in pochi secondi raddoppiavano in altezza e tubavano da tutti e due i lati per pochi istanti, spruzzando particelle d’acqua in uscita.
 

 
Soltanto un’onda su 5 era surfabile mentre le altre facevano close-out o rompevano pericolosamente troppo vicine alle rocce.
C’era soltanto un surfista in tutta l’isola che si arrischiava di remare queste onde, e andava a tutta velocità sulle pareti destre, lo chiamavano el Polaco ma era locale.
Il mio rispetto verso questi pochi temerari crebbe in fretta e rimasi ad assistere alle loro attente scelte, imparando molto dalle linee che tracciavano durante le loro corse brevi ma intense.
 
 : El Frontòn, costa nord-ovest dell’isola, Gran Canaria novembre 2007
 
Un paio di mesi dopo, precisamente verso fine Gennaio, mi ritrovai a viaggiare da solo lungo l’arida costa peruviana, dalla capitale Lima, verso il nord.
Avevo deciso di restare una settimana o due in ogni spot in modo da apprezzarne l’atmosfera e capire bene come srotolavano le onde.
Appena arrivai a Puerto Chicama feci un respiro lunghissimo e mentre guardavo la gigantesca baia sembrò che il tempo si fosse fermato per un lungo istante.
 
Puerto Malabrigo, meglio conosciuto come Puerto Chicama, Perù febbraio 2008
 
Finalmente ero giunto là, nella “dimora dell’onda sinistra  perfetta più lunga del mondo”, di cui avevo visto tante foto in internet, sbavando abbondantemente sulla tastiera!

Fuori dall’Hostal El Hombre, il più famoso e consigliato ostello del paese, stavano pranzando in gruppo un italiano, uno spagnolo, uno scozzese, un inglese, un francese ed un australiano.
Ogni giorno andavano e venivano gruppi di pro brasiliani, o surfisti alle prime armi da soli in moto o ancora coppiette di surfisti europei… E tutti avevano lo stesso intenso sguardo mentre ipnotizzati osservavano il point di Chicama, laggiù lontano 2 km, dove nasce la quarta sezione dell’onda.
Penso che tutti provassero in quel momento una sensazione di solenne umiltà come di chi arriva in uno spot tanto famoso quanto già surfato dai più celebri professionisti della storia.
 
“La ola izquierda perfecta màs larga del mundo” recita una scritta all’entrata di Puerto Chicama, Perù febbraio 2008
 
“La ola izquierda perfecta màs larga del mundo” recita una scritta all’entrata di Puerto Chicama, Perù febbraio 2008
 
“La ola izquierda perfecta màs larga del mundo” recita una scritta all’entrata di Puerto Chicama, Perù febbraio 2008
 
“La ola izquierda perfecta màs larga del mundo” recita una scritta all’entrata di Puerto Chicama, Perù febbraio 2008
 
 
Mi accorsi dell’arrivo della mareggiata quando il cielo si annuvolò di colpo, il vento si alzò e la corrente cominciò a spingere diagonalmente verso fondo baia.
Le onde più grosse erano quelle che riuscivano ad aprire bene e chiaramente anche le più lunghe.
Le continue remate per restare fermo sul picco mi confermarono l’arrivo di una serie di set interminabili che sarebbero continuati per giorni e giorni.
Personalmente rimasi irrimediabilmente sedotto dalla magia di questo luogo e passavo ore e ore in acqua benedicendo la scelta di questo mio viaggio e il mio indiscutibile tempismo! Altrettante ore passai seduto sulla sdraio di legno a lasciarmi stregare dalla geometria perfetta di quegli interminabili set.
 

 
Immaginatevi una baia vastissima con un fondo di sabbia perfettamente piatto, l’oceano liscio appena sferzato da un continuo vento off-shore. Le barre arrivano da lontano, tutte identiche e con la stessa distanza tra una e l’altra, e cominciano a rompere adagio, con tutta la calma ereditata dagli Inca, con il filo della cresta dell’onda già disegnato per centinaia di metri davanti al picco.
 
Le interminabili barre di Chicama, Perù 2008
 
Il lip rompeva così regolare che, posso giurarvi, non ho mai visto una sezione chiudere davanti a me interrompendomi la corsa.
Certo molte sezioni erano rapide ma intuendone il ritmo e mantenendo una linea alta assieme ad una pompata continua si potevano correre delle pareti fino a 2 km di lunghezza, quadricipiti permettendo!
 
“El Hombre”, Puerto Chicama, Perù febbraio 2008
 
La swell durò tutta la settimana ma non tutte le sezioni collegavano tra loro. Noi di solito camminavamo per 40 minuti fino dietro la montagna, dove nasce la prima parte di quest’onda.
Qui tre sezioni collegavano insieme e per me fu strepitoso trovarmi a cavalcare delle onde finalmente degne di essere chiamate perfette. Il lip della parete si alzava con un fascino abbagliante e maestoso e mi ritrovavo a ridere come un bambino isterico mentre saltellavo fuori dall’acqua e trotterellando ritornavo sul picco.

La seconda settimana vide l’arrivo di una seconda swell, addirittura di acqua calda. Per qualche giorno entravamo in acqua di mattina, senza muta, solo coi pantaloncini, col sole rovente sopra la testa e il vento fresco tra i peli delle ascelle!

Questa volta le onde erano tutte altezza testa, poco più o poco meno, ma le dimensioni della parete restavano tali lungo tutta la linea.
Mi ricordo che durante il pranzo, mentre ci reidratavamo con una birra gelata, scommettevamo se il surfista, che si avvicinava alla sezione rapida, fosse riuscito a passare le rocce, continuando per tutta la settima sezione fino a fondo baia.
Che urla ragazzi, quando uno riusciva a schizzare a tutta velocità fino agli ultimi 300 metri di parete surfabile!!

Furono le due settimane più epiche abbia mai potuto testimoniare. Provai un senso di grande soddisfazione misto a gratitudine mentre sentivo che l’oceano, questa volta, mi aveva regalato delle condizioni più epiche di quanto avessi mai sperato, delle onde ancora più perfette di quanto avessi sognato e delle corse perfino più magnifiche di quanto avessi mai immaginato nella mia vita!
 
Tramonto e onde perfette, Chicama, Perù marzo 2008
 
Ma è stato l’Ecuador il paese che ha preso il primo premio.
Tra tutti quelli in cui ho viaggiato, qui ho visto esaudirsi tutte le mie aspettative: sembra di essere nel paese dei balocchi.
 
La bandiera Ecuatoriana, Montañita, Ecuador aprile 2009
 
La vita è di una semplicità unica e la gente possiede una solarità innata che abbinata ad una vitalità coinvolgente ti sa riportare alla tua “ancestrale umiltà”, risvegliando la nostra latinità assopita, ma mai dimenticata, nonostante la frivola e corrotta vita italiana.
 
Il local “Chupamuelas” prima della session a Engabao, Ecuador Marzo 2008
 
I local si considerano tutti fratelli e tra loro non si avverte nessuna nota di rivalità, i loro spirito è adornato da una spontaneità ineguagliabile.

Ero contentissimo quando su ogni onda che correvo io, c’era sempre qualche amico locale che urlava e alzava le braccia sorridendo sfoggiando un fiero Hang Loose!
 
Take off a “El Pelado”, la tredicesima destra di Playas, Ecuador marzo 2008
 
Take off a “El Pelado”, la tredicesima destra di Playas, Ecuador marzo 2008
 
Power Slash dei local di Guayaquil a “El Pelado” il point più veloce, Ecuador marzo 2008
 
Power Slash dei local di Guayaquil a “El Pelado” il point più veloce, Ecuador marzo 2008
 
Local cercando il tubo in una delle barre di “El Pelado”, Ecuador marzo 2008
 
Durante una session, adocchiai da lontano la terza onda di un set, la più grande. Io ero terzo sulla line-up e mi girai verso gli altri due, i quali mi incitarono a remarla regalandomi una delle destre più lunghe della giornata, lasciandomi sbalordito e compiaciuto.
 
“Mal Paso” uno dei 14 point destri di Playas, Ecuador marzo 2008 08
 
L’Ecuador è la prova reale che mantenere la propria purezza e “Buena Honda”, assicura una vita fantastica e una pacifica scioglievolezza che rende ogni giorno degno di essere goduto a pieno, in una atmosfera tanto ospitale quanto contagiosa.

La grande fortuna che abbiamo noi surfisti è di poter comprendere di quanta benedizione siamo circondati e del grande impegno, di cui anche solo inconsciamente, ci siamo incaricati.
Ho sempre notato una grande differenza tra noi surfisti e tutti gli altri sportivi.
L’intercambio di energia che avviene tra noi e l’oceano è incomparabile: prevede di spendere, molto volentieri, tanto tempo in acqua e di impiegare tante forze, per arrivare a comprendere sempre di più le regole del mare.

Ciò comporta la crescita di un grande e reciproco rispetto, che risalta ed evidenzia quali sono i valori della natura; ed è grazie a questa interattività che ho capito che il surf è l’unico sport che viene alimentato direttamente dal nostro spirito di ricerca e che, a sua volta, ricompensa i nostri sforzi, alimentando la nostra anima!

Il grande pregio che abbiamo noi surfisti è che possiamo vedere tutto ciò che ci circonda, dal punto di vista della naturalezza, cioè siamo in grado di interiorizzare qualsiasi esperienza o visione, assimilandola come evoluzione interiore.
Osservando le altre persone mi sono accorto della grande fortuna che ho avuto, personalmente, di conoscere le regole dell’antico Oceano e di quanto onore sono stato rivestito nel mio incarico di ritrarre, con le foto, la saggezza delle Sue parole!
 
Sunset session e il mio Hang Loose, Shark Bay, Ecuador aprile 2008
 
Foto, Didascalie e Testo:
Marco Mulazzani
Agenzia “Riviera Photo Service
Telefono: 348-3546083
E-mail: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
Web: http://www.flickr.com/photos/marcomulazzani
 
 
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